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Società

Totò Riina. È morto un amico vostro, anche se lo avete rinnegato perché era caduto in disgrazia.
Vi riempite la bocca di retorica istituzionale, ma se maledite la mafia è solo perché essa, impadronitasi di tutto e fatto quindi un salto di qualità, non ha più un nome. Tanto che oggi chiamate mafiosi quelli che fanno del semplice malaffare e quando li bastonate cercate di far dimenticare che la mafia l'avete chiamata voi, l'avete insediata voi, le avete dato voi tutto il potere.
È sbarcata con gli americani e con la democrazia e si è ritrovata perfettamente nel vostro modo di vivere e di ragionare, fatto di conoscenze, di raccomandazioni, di complicità, di tangenti, di cosche, di logge, d'interessi materiali, di pizzi (la differenza con Equitalia? Può darsi che pagato il pizzo mafioso si riesca ancora a lavorare).
La mafia non l'avete combattuta mai, siete intervenuti in alcune guerre intestine come quando i Gotti e i Gambino vennero sgominati in Usa per l'alleanza con i colombiani contro la Dea, e allora avete colpito i loro referenti qui perché non erano più protetti.

Forse con il calcio la capisci.
13 novembre: l'Italia va fuori dal mondiale dopo 59 anni e ci ritroviamo dispersi sulle strade di Russia.
Eppure solo undici anni fa eravamo campioni del mondo: cos'è accaduto nel frattempo?
L'evoluzione della società e del sistema calcio hanno prodotto questo sfacelo mentre il trionfo, pur verificatosi in una situazione simile all'attuale, era stato concepito prima, in un ambito diverso e fu figlio di altri padri.

Non è stato un episodio
Ora s'inizia a scoprire che la colpa non è soltanto dell'allenatore o dei dirigenti perché oggi noi di calciatori non propriamente modesti ne annoveriamo davvero pochini, praticamente non ne crescono più, un po' perché nei vivai curano più la tattica della tecnica e della personalità, un po' perché questi già pullulano di stranieri. Inoltre i club non hanno pazienza e – salvo casi sporadicissimi – il massimo della maturazione i calciatori italiani l'hanno nella Sampdoria e nell'Atalanta.

Qualche chiarimento di fondo.
Il mio rigetto all'unirmi al coro dal “family day” non è dipeso solo da un sincero e assoluto fastidio verso qualsiasi espressione reazionaria. Il mio rifiuto è di metodo e punta a proporre, magari potesse imporlo, un taglio assolutamente diverso.
La reazione, qualunque sia il suo contenuto, da sola non paga mai. Illude, si nutre di sentimenti che mescolano l'oscenità con il buon senso, e poi concede immancabilmente al progressismo di avanzare, facendo sintesi tra un'altrui tesi strutturata (quella della Sovversione in avanti) e un a propria antitesi improvvisata (quella della Sovversione timorosa e arretrata che vanta delle caratteristiche tradizionali che invece non ha). Il risultato di ogni messinscena tra questi due poli dipende solo dagli accordi già presi alle loro spalle e che i pupari conoscono in anticipo.

Sabato a Roma si è celebrato il “Family day”, rigorosamente in inglese, il che la dice già lunga su tutto.
Dal punto di vista della mobilitazione della piazza è andata in scena una geometrica impotenza, sottolineata dall'improvvida scelta del Circo Massimo dove quindici anni orsono fu festeggiato lo scudetto della Roma. Ad essere davvero generosi, i manifestanti della “traditional family” erano un terzo rispetto ai romanisti. Il che significa, a voler essere davvero gentili, trecentomila persone. Che se ne siano dichiarate due milioni attesta una comicità conclamata.
Ma questo, di per sé non significa nulla, se non l'incapacità endemica di qualsiasi gestione reazionaria della psicologia delle folle che i reazionari, appunto, non sanno organizzare mai.

25/01/2016 | Gabriele Adinolfi (ilprimatonazionale.it)

 

Famili day/gay: un derby decadente

 

Che la nostra civiltà sia finita non vi è alcun dubbio. Che la società occidentale sia allo sfacelo è evidente a tutti. Lo è molto meno il fatto che la civiltà europea e la società occidentale non sono la stessa cosa e che se pure hanno qualche pilastro in comune sono molto maggiori le differenze che intercorrono tra esse, sovente antagoniste tra loro , come aveva perfettamente compreso la Scuola di Mistica Fascista. In qualche modo possiamo dire che la società che va allo sfacelo aveva precedentemente soffocato e ucciso la civiltà che oggi pretenderebbe di rappresentare. Immaginare di raddrizzare le cose puntellandola è assurdo, magari rivela buoni propositi ma è privo di senso e non può neppure avere esito positivo perché non si costruiscono fondamenta con materiale logoro e instabile.

11/01/2016 | Gabriele Adinolfi

 

Una lezione e uno spartiacque

 

Le aggressioni in branco alle femmine di Colonia, di Amburgo, di Salisburgo, di Helsinki, e chi più ne ha più ne metta, possono rappresentare un salutare spartiacque.
Dubito francamente che si sia trattato di un fatto inedito: sono convinto che sia ormai endemico e ripetuto nei luoghi e negli anni. Se se ne è parlato solo ora è perché i tedeschi hanno tolto il consueto velo di censura che da tempo immemore copre questi misfatti.