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 La prima immagine che ci suggerisce, dopo anni di lavaggio del cervello, è quello di passerelle per squadriglie impennacchiate, di suoni di fanfara che servono a imbellettare un paese che non è più una nazione e che si trascina stanco, flaccido, annoiato, mascherando nella kermesse in divisa le sue rughe, le tracce dei suoi vizi e stravizi.
Questa parola, “Patria”, a lungo sbandierata dalle destre dell’italietta liberale e prefascista, riproposta dalle oligarchie partigiane antifasciste e riscoperta infine dai parvenus della cosiddetta seconda repubblica, ci risulta un po’ desueta, stonata, astratta, rispondente ad un desiderio estetico improbabile, in altre parole fasulla.
Invero ad essere fasulla non è la parola, è il significato che la vuota retorica borghese le ha affibbiato.
Patria infatti vuol dire terra dei padri, cose dei padri, insieme dei valori e delle caratteristiche dei padri. Patria è  una lama che taglia il tempo e che mantiene attuali gli Avi, vivi i Lari, che nobilita e rafforza il futuro legandolo ad un passato che riacquista così ogni giorno più di significato.
Ma orfani e parricidi, mammoni e viziati, gli interpreti di un presente piccolo piccolo non avrebbero neanche il diritto di pronunciare questa parola, perché bestemmiano. Quel che evocano, ed il cui sapore giustamente identifichiamo nella tronfia retorica che nasconde la violenza oligarchica e la putrefazione di classe, è tutt’altra cosa, qualcosa che si pone all’opposto, per inversione, del magico fonema usurpato.

Nuovi internazionalisti e patriottardi di ritorno

E poi chiediamoci: come si inserisce nell’attualità, al di là dei suoi ultimi vacui cantori, il concetto di patria ?
Viviamo in un’epoca di veloce transizione. Venuto meno il bipolarismo imperialista abbiamo assistito alla timida nascita di un’entità europea ed al contemporaneo intento americano di dominare definitivamente il mondo. Nel frattempo abbiamo visto nascere o rinascere i nazionalismi dimenticati, abbiamo registrato il risveglio di fierezze regionali antigiacobine, dalla Bretagna alla Pianura del Po. Abbiamo poi assistito ai prodromi del disfacimento americano ed alla ripresa della potenza russa che ha pensato bene di rivolgersi verso Berlino e Parigi per cercare di dare una sterzata europea o forse eurasiatica ai destini del mondo.
Di fronte a questi sconvolgimenti rapidi, totali benché sottili e quasi impalpabili, le reazioni sono state diverse.
Gli internazionalisti alla Toni Negri e alla Bonino hanno iniziato a lodare il processo di globalizzazione (del quale, sia detto per inciso, non hanno capito nemmeno i tempi e gli effetti reali). Oppure hanno inventato un antiglobalismo globale, un riformismo internazionale assai intellettualistico oltre che utopico, quello dei new global all’Agnoletto.
Gli altri, ovvero le classi dirigenti di transizione, i tecnocrati ed i portaborse della repubblichetta post(?)tangentista, si sono messi a riscoprire la patria e il paese (la nazione, quella, ovviamente mai).
Il loro tardivo riconoscimento dei valori aviti, che si è spinto fino a farli rendere omaggio ai combattenti di El Alamein, non è nemmeno sospetto: è chiarissimo.
Il patriottismo di ritorno, la retorica neorisorgimentale che ha colto il Palazzo tanto da ispirare l’ultimo pezzo critico di Giorgio Gaber, altro non è se non la voglia di resistere, abbarbicati a poltrone, prebende, onori e portafogli.
La loro Italia vuota, acritica, da merchandising, non è altro che un astratto e inesistente punto fermo: contro le identità regionali, contro l’aspirazione europea, contro l’avvento di nuove élites e per scongiurare la realizzazione di nuovi centri di potere.
Quell’Italia di cui cianciano proprio coloro che ci hanno negato e continuano a negarci qualsiasi ruolo politico e morale di rilievo nello scacchiere internazionale, altro non è che una provincia alla sudamericana del colonialismo inglese e statunitense.
Sventolano il tricolore, una bandiera di cui non conoscono la storia né il significato, e vedono soltanto Stelle e Strisce ed Union Jack.
Sicché “Patria” nelle loro bocche oggi suona così: persistenza di una servitù consolidata e resistenza contro l’Europa.

La tentazione europea
 
Chiusi nella forbice fra i patriottardi che si svendono per due lire al padrone di oltreoceano e degli internazionalisti insulsi e fastidiosi, per molti è difficile trovare la giusta collocazione.
Parliamo di coloro che, culturalmente, sentimentalmente, per tradizione ed anche per indole, sentono l’idea di nazione e quella di patria (che mettiamo rigorosamente in minuscolo perché chi sente le cose non ha bisogno di magniloquenze retoriche).
Costoro si ritengono minacciati dalla globalizzazione e, un po’ giustamente e in parte a torto, vedono nel processo europeo una tappa di uniformazione, un abbandono delle specificità nazionali.
Essi sono, però, obbligatoriamente antinglesi ed antiamericani, perché se non lo fossero non potrebbero sostenere di provare alcun sentimento di patria e di nazione essendo, sia storicamente che nell’attualità, l’Italia terra di saccheggio angloamericana. Ma sono anche europeisti, per cultura e tradizione. Per un’altra Europa ovviamente. Sono infine legati alle specificità, alle identità etniche e culturali; difendono le autonomie, le particolarità, le regioni.
Così oggi si sentono confusi, non perché lo siano davvero ma perché è lo scenario ad esserlo. Cercano allora una sorta di quadratura del cerchio, vogliono affermare al contempo l’identità ed il nazionalismo italiano, le libertà locali, l’ideale e la potenza europea.
Assurdo ? Ridicolo ? Pretenzioso ? Sfasato ? No. In realtà hanno ragione. Il cerchio è quadrato, o meglio, il quadrato è rotondo.

La nazione contro la classe

E com’è possibile essere nazionalisti italiani ed europei allo stesso tempo ? Non vi è antinomia ? In realtà questa dicotomia è solo apparente, è il frutto di un equivoco.
Un equivoco che sta, una volta ancora, nell’uso fasullo dei termini da parte di cialtroni e imbonitori.
La destra liberale già nell’ottocento produsse una lacerazione  allorché, usurpandolo e stravolgendolo, impiegò il termine di patria e lo sovrappose a quello di nazione avvilendone, neutralizzandone e calpestandone il significato. Nella concezione propria a quell’élite tardonobiliare ed altoborghese, il valor patriottardo, inchiodato in un’astrazione retorica, consentiva lo sfruttamento collettivo, fino all’invio alla morte, delle masse acritiche di sudditi. Sudditi di un’oligarchia di classe e di un’oligarchia dinastica.
Esiste invece un opposto concetto - sociale, partecipativo e rivoluzionario - di nazione, che s’impose con Hoche e più precisamente con Napoleone all’indomani della Rivoluzione Francese, prima cioè di quell’imponente involuzione liberale effettuatasi sotto la cosiddetta Restaurazione. Quel concetto di nazione intesa come impero e comunità che prendeva così definitivamente forma, di fatto preesisteva alla stessa Rivoluzione perché si già si era delineato, sia pure in nuce, nei secoli diciassettesimo e diciottesimo.
L’una e l’altra concezione che ad un primo sguardo fugace sembrano affini, se non identiche, sono invece opposte ed irriducibili.
Il primo ideale infatti, quello assai astratto di (pseudo)patria, mira esclusivamente all’asservimento dei popoli da parte di un’oligarchia, in genere“illuminata”  e spesso transnazionale per legami dinastici e finanziari. Sicché non si può attribuire al caso il fatto che i servitori degli Inglesi prima, degli Americani poi, degli Angloamericani infine, lo abbiano sempre utilizzato in Italia dal 1861 ad oggi, eccetto le felici parentesi dei governi, nazionali e non patriottardi, di Crispi e Mussolini.
L’idea stessa di nazione comporta invece una comune partecipazione ai destini collettivi, la volontà assoluta ed inflessibile di un popolo di farsi soggetto e padrone della propria storia. Da qui l’intuizione mussoliniana, e corridoniana, del valore rivoluzionario della nazione che supera di slancio quello reazionario espresso a cavallo tra l’otto e il novecento dalla “coscienza di classe”.
È proprio il nazionalismo rivoluzionario che prende forma all’indomani della Grande Guerra a dare forgia, da Fiume al Baltico, ad una nuova alba di creatività civilizzatrice.
Ed è proprio contro questo nazionalismo rivoluzionario che le oligarchie finanziarie, industriali, religiose e politiche, internazionaliste e di classe, hanno dato vita alla più mortifera guerra che la storia abbia conosciuto su scala mondiale. Ed è contro l’ipotetico riproporsi del nazionalismo rivoluzionario che l’oligarchia dominante s’è impegnata per sei decenni soprattutto in Europa.
Ebbene, questo nazionalismo rivoluzionario, fin dai suoi primi afflati napoleonici, ma specialmente a partire dalle sue espressioni germaniche, italiche e mitteleuropee, si è scoperto universale e continentale.
L’Europa come Impero delle patrie, ovviamente nella piena accezione del termine, si disse un tempo. E quel concetto, mai morto, torna oggi ad essere attuale.

Nazionalisti e imperiali

Nazionalisti dunque dobbiamo essere; nazionalisti rivoluzionari. Nazionalisti rivoluzionari imperiali. Europei. Nella tradizione ghibellina, sociale, socialista, fascista.
Una lunga linea retta, una serie che si snoda attraverso i secoli, un riferimento al passato, ad un continuativo passato patrio che proprio oggi sembra volersi fare domani. E che lo può; innanzitutto grazie all’improvvisa convergenza di tre poli, Parigi, Berlino e Mosca, che hanno dato un primo abbozzo di asse, un abbozzo tripartito che, oltre tutto – il Fato non fa mai le cose a metà – corrisponde a tre diversi livelli dell’ontologia e della natura. La Francia essendo in condizione di esprimere la lingua, la cultura, la filosofia e la diplomazia è infatti la punta di lancia dell’anima, la Germania con il suo apparato industriale e finanziario offre l’ossatura corporea, la Russia guerriera, imperiale e militare rappresenta l’animus di questo soggetto al contempo nazionalistico ed universalistico, potenzialmente in grado - e come ! - di modificare le tendenze in atto.

Intervenire

Certo, si obietterà che questo nuovo soggetto possibile, in sé e per sé, non si discosta più di tanto dal modello uniformante, capitalista, oligarchico, progressista e decadente di cui si è impregnato il villaggio-mondo del dopo Hiroshima.
E difatti questa prima, timida, tendenza ad una composizione imperiale che oggi siamo in grado di percepire, quantomeno come tentativo incerto, non avrà effetto salutare da sola, senza cioè l’intervento di fattori rivoluzionanti. Sia dal punto di vista sociale e comunitario che da quello esistenziale, come abbiamo più volte avuto occasione di sottolineare proprio su queste colonne. E non di certo senza l’intervento specifico e attivo delle nazioni vive.
Perché essere nazione non è un capriccio della geografia ma una valenza essenziale. È uno stadio di identificazione del procedimento dell’uomo verso l’universalità trascendente.
Un’identificazione di per sé insopprimibile e che va assunta ed onorata, secondo quell’aspirazione universale propria del nazionalismo rivoluzionario: di D’Annunzio e Corridoni, di Mussolini e Pavolini.

Il nazionalismo rivoluzionario

Il nazionalismo rivoluzionario si fonda su di una concezione etica e mitica, sulla convinzione di essere chiamato a svolgere un’opera civilizzatrice. Esso non si racchiude in limiti angusti; lo spazio non può mai contenerlo del tutto. Esso non è figlio dello spirito bottegaio o di quello contadino: non si avvolge su se stesso per assicurarsi benessere e solidità. Esso è guerriero e sacerdotale. Non nel senso stereotipato che una superficiale retorica che si pretende tradizionalista ci ha reso familiare. Lo è, sacerdotale e guerriero, il nazionalismo rivoluzionario,  nel suo profondo modo di essere e dunque di interpretare se stesso ed il mondo. Un modo di essere che è dinamico e collettivo perché nasce politicamente a sinistra mentre da destra mutua la mitologia e filosoficamente quella necessaria distanza metafisica, essenzialmente stoica, dagli effetti emotivi di un’azione che, titanica e consapevole di esserlo, risulterebbe molto spesso disastrosa se letta con occhio da ragioniere.
È, dunque, qualcosa di più che una semplice volontà di potenza questo nazionalismo rivoluzionario.
Scrivevamo poche righe addietro che nazione è un super-io collettivo, un soggetto plurimo ed univoco che esprime un’identità. In altre parole si tratta di una forma di identificazione da parte dell’Individualità comunitaria: un’identificazione dell’Assoluto, protesa all’Assoluto.
Quanto più valida, quanto più forte, quanto più convinta, quanto più gioiosa, quanto più etica, quanto più vitale, quanto più sanguigna, quanto più filosoficamente consapevole è questa identità, tanto più essa si connette al senso assoluto, universale e fa, dunque, storia, filosofia, poesia, arte e civiltà.

Nazionalismo e universalità

Tutti i nazionalismi rivoluzionari, in Europa, in America Latina e nel Mondo Arabo, nazionalismi che per natura sono spirituali, laici e nemici di OGNI fondamentalismo, mostrano un ampio respiro, una vocazione  all’universalità che non tradisce mai la fedeltà all’identità etnica, storica e culturale d’origine.
Si fanno, dunque, nazionalmente imperiali perché anelano ad esprimere imperi, si, ma omogenei, che siano continentali oppure etnocentrici. Imperi autocentrati che a differenza degli imperialismi non hanno bisogno di essere xenofobi perché sono intimamente consistenti e sani.
Il nazionalismo rivoluzionario è l’assunzione di una specificità che tende all’Universale.
Universalità allora: universalità che si contrappone a quella uniformità, a quella globalità, a quella massificazione che il è frutto di qualsiasi fondamentalismo, sia  di quelli che si plasmano sull’ideologizzazione parossistica di una religione confessionale che di quelli che si basano su una vera e propria religione materialista e profana.
Tertium non datur. L’ Impero-Europa come prodotto del nazionalismo rivoluzionario è l’unico concetto che si contrappone realmente ad ogni forma di mondialismo e che lo può neutralizzare, vincere, superare.
Ecco perché, avvinti da quest’idea grandiosa, non si può non guardare con fiducia alla reale possibilità di uno stabile allineamento franco-russo-tedesco.

L’Italia paga il prezzo del suo servilismo

Purtroppo il nostro ruolo di Italiani, al di là di quel che può essere la formazione di alcune avanguardie, è alquanto improbo.
Le classi dirigenti del dopoguerra ci hanno relegato ad un livello di subalternità totale e indecoroso.
Figli del 25 luglio e dell’ 8 settembre, orgogliosi di un tradimento ineffabile che abbiamo avuto la spudoratezza di contrabbandare come alta politica e come geniale furbizia, senza peraltro riuscire ad ingannare nessuno, in realtà noi siamo i soli ad aver perso la pace, quella pace in cui i Tedeschi ed i Giapponesi hanno fatto maturare le proprie rivincite.
Noi, dritti, sorridevamo di loro laceri e affamati quando c’ingozzavamo col Piano Marshall e giocavamo furbetti, a fare gli sciuscià; ed oggi, giustamente, ne paghiamo il prezzo. Perché la Nemesi non è un’invenzione letteraria e perché la Giustizia c’è, benché i suoi tempi ci appaiano lunghi se paragonati alla vita di un uomo.
Nel contenzioso tra Francia-Russia-Germania da una parte e Usa dall’altra a cui la stessa Inghilterra  non sa più fino a che punto deve ancora restare fedele, non c’è un posto al sole per il nostro paese (oggi definiamolo così, di più al momento non merita). L’ultimo che aveva provato ad assicurarglielo quel famoso posto al sole lo abbiamo linciato ed appeso per i piedi. E l’unico capo di governo che, trent’anni più tardi in quel di Sigonella aveva avuto un sussulto di fierezza lo abbiamo esiliato e lasciato morire in terra straniera. Potremmo non doverne pagare il prezzo ?

Scegliere l’Europa essendo popolo e nazione

Nell’attuale contenzioso nel quale al momento, come Italiani, siamo solo delle insignificanti comparse, dobbiamo comunque scegliere.
Attenzione alla facile retorica che fa leva sull’innato riflesso reazionario di ogni uomo. Essa è rivolta contro l’avanzata delle potenze europee, ed i portaborse servili che banchettano nel palazzo  se ne riempiranno sempre più la bocca, ammannendoci l’Italia a pranzo e a colazione.
In realtà, questa Italia riscoperta, essi vogliono contrapporla all’unificazione europea, perché da quest’unificazione personalmente hanno tutto da perdere. Ma quell’Italia di cui straparlano non esiste: la chiamino Little Italy, piuttosto; e sottolineando il Little.
L’unica Italia che può consistere è una nazione che si metta disposizione delle potenze europee emergenti e che riacquisti nel farlo, in modo militante e non servile, il suo ruolo e la sua dimensione in un mondo che cambierà volto.
Offrendo il genio, l’inventiva, la fecondità creatrice e, contemporaneamente, recuperando il ruolo centrale nel Mediterraneo, quello che ha abbandonato a vantaggio di Israele.
Con orgoglio e con umiltà, rimboccandosi le maniche, con entusiasmo e nel sacrificio.
La libertà, la dignità e un ruolo da protagonista: tutto ciò va conquistato, non ci verrà dato in elemosina da chicchessia. Smettiamola di fare i mendicanti !
Per colpa di una classe dirigente che per sessant’anni ci ha avvilito e che ha coltivato tutti i nostri difetti calpestando ed irridendo tutte le nostre virtù, ci troviamo oggi nelle stesse condizioni in cui versava il Belgio nel 1940 quando i Tedeschi, prendendo d’infilata le truppe anglofrancesi che avevano iniziato ad invaderlo, lo occuparono in un batter d’occhio.
Allora Léon Degrelle, fondatore del Movimento Rex, per consentire alla sua nazione di sopravvivere agli eventi della storia organizzò l’intervento militare ad Est, a fianco della Wehrmacht dando così vita alla Divisone delle Waffen SS Wallonie e inaugurò la straordinaria avventura partendo sul fronte da semplice soldato. Su quel fronte dove, in tre anni e mezzo di battaglie, di scontri all’arma bianca, ripetutamente ferito, sarebbe asceso fino al grado di generale.
Quel patriota che salvò letteralmente il Belgio dall’annessione e dallo smembramento e lo portò a recuperare un ruolo nella Nuova Europa fu poi considerato un traditore da coloro che avevano scelto il campo avverso.
Ma chi è stato il vero nazionalista ? L’eroe del fronte dell’est o il suo rivale, quello Spaak che sarebbe divenuto famoso non per le sue gesta o le sue realizzazioni politiche ma solo più tardi per l’avvenenza della figlia attrice ? Chi era più collaborazionista ? Il guerriero che aveva ridato spessore ed onore alla sua patria combattendo fianco a fianco con i Tedeschi o i servitori degli Stati Uniti che avrebbero fatto, poi, del Belgio un paese corrotto, lottizzato fino all’inverosimile, occupato, senza avvenire.
Un paese che oggi, malgrado ospiti lo stato maggiore militare americano delle forze d’occupazione in Europa, trova almeno l’energia per schierarsi con Francia e Germania dimostrando così di aver capito in qualche modo la lezione della storia.
Il che significa che non è mai troppo tardi. Coraggio: sta solo a noi intraprendere il cammino per tornare ad essere protagonisti.