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È per questa ragione che parliamo del suo ultimo libro “Il migliore dei mondi possibili” edito in maggio da Settimo Sigillo, altrove che nella rubrica delle recensioni.

Più che di una recensione c’è bisogno di un’introduzione e di un invito alla lettura.

Una lettura che risulterà sicuramente ostica a chi non abbia un minimo di familiarità con testi universitari di sociologia ma che non lo sarà affatto per chi abbia almeno un’infarinatura in merito. La capacità di spiegare tutto, in modo chiaro e inequivocabile, pur trattandosi di materia complessa e articolata, è un prezioso dono dell’autore.

 

Una struttura socioculturale è un modo collettivo di essere,

 

Egli spazia dalle tesi di Ritzer a quelle di Crouch, da Polin a Marx, da Campbell a Lasch, da Keynes a Galbraith, per darci un affresco della società nella quale viviamo. E, così facendo, ci offre spunti notevoli per l’azione futura.

Fatta l’analisi delle fasi di sviluppo del capitalismo (I fase razionalizzazione: 1880-1929; II fase capitalistico/statale 1932-1980) Gambescia sostiene che ci troviamo nella III fase, quella dell’iperconsumismo, avviata più o meno nel 1981. Tant’è che la “civiltà dei consumi” contro la quale Marcuse (ma non solo lui) aveva puntato l’indice assurgendo agli onori sessantottini, oggi è collettivamente vissuta non come una patologia ma come un valore.

Com’è possibile tutto ciò? Semplicemente perché vige una logica olistica. È un’azione dall’alto e da parte di pochi che plasma, determina e condiziona i singoli bisogni individuali.

Il basso recepisce e rimanda questo input. Difatti una struttura socioculturale è un modo collettivo di essere, di sentire, di pensare, di operare che s’impernia su un’idea-forza che diviene mentalità culturale diffusa, istituzione sociale, comportamentale e si tramuta in bisogni.

Se ne ricava che la frenesia consumistica e la banalizzazione culturale sono sì indotte ma anche accolte e che si ha a che fare, oggi come oggi, con l’iper/consumatore che non sente o prova altri valori fuori da quelli dell’ iper/consumo.

 

Un frenetico desiderio del superfluo

 

Suddivise le civiltà a seconda dei rapporti che hanno con lo spirito e con la materia in tre tipologie (idezionale, idealistica e sensistica), Gambescia ci ricorda che la nostra è assolutamente sensistica (ovvero improntata sui bisogni dei sensi). Che poi mai come oggi i sensi siano disattesi (dalla gastronomia all’eros è tutto uno sbadigliante atteggiamento), Carlo non lo ha scritto ma lo condivide. Né c’è da stupirsi: essendo la leva di tutto il corpus sociale un frenetico desiderio del superfluo non si ha tempo e concentrazione per godere l’attimo.

D’altra parte l’immagine con cui Galbraith dipinge il contemporaneo, quella di uno scoiattolo che ha l’impressione di correre sempre perché si trova chiuso in una ruota, è eloquente.

E la spiegazione diviene totale con l’ Io-narciso del Lasch.

 

La gente non vuole conoscere la verità

 

Se la tragedia umana raggiunge il suo apice nella formulazione di Duensberry sull’ io-diviso fra l’autostima (che gli viene dagli status symbol) e la costante angoscia del senso d’inferiorità, quel che più c’interessa è il ruolo delle élites.

La società odierna è sempre meno sociale, nota Gambescia, e le distanze fra amministratori del potere socio/economio/politico e nuovi sudditi sono sempre più ampie.

Ma cosa caratterizza il pensiero delle ristrette élites?

Quelle che hanno capacità decisionali sono inchiodate a un’ideologia sensistico attiva: vale a dire che ostentano fiducia nella scienza, nel progresso e nel domani. Né potrebbero fare altrimenti in quanto in caso contrario metterebbero in discussione se stesse. Né di tanto differiscono le recenti élites di parvenus neocons per il fatto di aver inserito il loro personale Dio fra i canoni che danno sicurezza per il futuro.

Le classi agiate, che lo sono però sempre meno, quelle che assicurano il consumo, sono considerate 2a élite. Costoro hanno una ideologia sensistico passiva: non credono molto, sono perplesse ma “finché dura…”

A fungere da collante fra le due élites occidentali (quella dirigenziale e quella consumatrice) si pongono come ammortizzatori i difensori valoriali i quali, a prescindere dai riferimenti ideologici o religiosi che propugnano, sono pervasi da un’ideologia sensistico cinica e difendono la baracca spiritualmente in frantumi mediante il ricorso ad una vera e propria ipocrisia spirituale, cioè parlando di valori e proponendo codici valoriali che sono pura vernice.

L’insieme di queste ideologie fornisce il collante alla società nel suo insieme, si tratta di un mimetismo protettivo: la gente non vuole conoscere la verità, né, men che meno ammetterla!

Ecco perché passano senza filtri le fole mastodontiche sul terrorismo internazionale, le teorie sulla nuova spectre; ecco perché qualsiasi documentazione venga addotta non fa breccia nessun teorema cospirativo e nessun allarme sulla dittatura globale.

 

Un partito politico è un’agenzia pubblicitaria

 

In questo quadro va rivisto completamente qualsiasi criterio riguardante un partito politico.

Ci troviamo in un momento di passaggio della società, che va verticalizzandosi e divaricandosi (sempre più pochi e ricchi i pochi ricchi); il simbolo geometrico che caratterizzava la società negli anni Sessanta era romboidale e attestava un allargamento della partecipazione, quello odierno è triangolare. Il vertice è sempre più distante dalla base.

Un partito politico – qualunque esso sia, di qualunque colore sia, qualunque ideologia soggettivamente propugni – non è altro se non un’azienda. Il suo successo dipende dalla vicinanza che ha con i poteri forti e le lobbies, il suo rapporto con la massa, in una società disarticolata, è improntato sul marketing. Un partito è oggi un’agenzia pubblicitaria al servizio di questi o quei gruppi di pressione, altrimenti non è.

Una valutazione perfetta da cui si dovrebbe, da parte nostra, trarre le conseguenze. Intendendo, allora, un partito, esclusivamente dal suo punto di vista funzionale e non da quello valoriale che è virtuale e improponibile. La realtà valoriale essendo concretizzabile solo in forma autonoma, al di là della commedia pubblicitario/politica e in ambito lobbistico.

 

Niente più rivolta delle masse

 

Un’ultima considerazione interessante per il futuro. Gambescia ci riporta la tesi di Cristopher Lasch per il quale la ribellione delle masse non è più possibile mentre la ribellione delle élites (in senso di abdicazione del ruolo) è sempre più credibile tanto che già s’intravede qua e là nel continente americano.

Come si vede il libro di Gambescia è preziosissimo per chi voglia cercare una soluzione esistenziale, culturale, sociale e politica che punti al futuro e non si accontenti di atteggiarsi a sopravvissuto di se stesso. Scomodo per gli ibernati.