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Le scimmie

“Con quella faccia un po’ così, con quello sguardo un po’ così che abbiamo noi che abbiamo letto Evola…” Così canticchiavano alcuni militanti liguri degli anni Settanta sulla falsa riga di una canzone popolare genovese. Era l’autoironia di uno squadrismo illuminato che si prendeva gioco dell’atteggiamento austero, della posa sussiegosa, che contraddistingueva gli autoproclamatisi “evoliani” da noi tutti sarcasticamente definiti “testimoni di Evola”.
Individui che dall’alto di letture effettuate rigorosamente con severità, si credevano superiori alle masse, motori immobili di un “agire senza agire” e che avevano scoperto il “kali yuga”, l’età oscura in cui dominano le tenebre e il rovesciamento di ogni valore.
Che ciò fosse avvenuto non quando Evola ne aveva propagandato il tema (ovvero negli anni ruggenti dei fascismi vittoriosi) ma all’indomani di una cocente sconfitta politica, nel pieno della caccia alle streghe, del linciaggio subito, tra il sibilare delle pallottole e il rumoroso ed implacabile richiudersi dei chiavistelli delle prigioni alle spalle dei pochi irriducibili che si battevano caparbiamente, non parve allora, né appare oggi a distanza di tempo, del tutto innocente.

Gli intellettuali salottieri

Pochi anni più tardi, altri brillanti guerrieri dell’inchiostro che, con eccezioni assai sparute, pure si erano chiusi in casa lasciando rigorosamente fuori i loro coetanei a farsi massacrare, espressero un’altra considerazione uguale e contraria. Accusarono Evola di essere portatore di un “mito incapacitante”  senza nemmeno accorgersi che l’affermazione è una vera e propria contraddizione in termini.
Ovvero imputarono ad Evola l’aver espresso una forma mentis che irrigidisce e non porta lontano. E, tra le righe, lo accusarono per la sua intransigenza, un’unità di misura che ostacolava i compromessi voluti dal pragmatismo. Non aveva forse, Evola, ribadito nell’introduzione di “Rivolta contro il mondo moderno”: “Ed oggi conta il lavoro di chi sa tenersi sulle linee di vetta: fermo nei principî; inaccessibile a qualsiasi concessione; indifferente di fronte alle febbri, alle convulsioni, alle superstizioni e alle prostituzioni al cui ritmo danzano le generazioni ultime (…) a creare nuovi rapporti, nuove distanze, nuovi valori: a costruire un polo il quale potrà esser principio di qualche crisi liberatrice” nota 1
Orrore ! I baldi intellettuali cercavano spazio nei salotti e nelle televisioni e, in seguito, dopo aver fallito il flirt con Craxi, sarebbero riusciti a farsi strada, ognuno individualmente, con la Casa delle Libertà. Qualcosa per cui Evola sarebbe risultato – in questo si - davvero incapacitante.

Evola irrecuperabile

Trascorsi gli anni del fuoco e delle ceneri, eccoci sprofondati, tutti, nel bel mezzo del “Truman Show”, nell’epoca del virtuale, dell’atteggiamento di sfuggita, del chiacchiericcio nevroticamente critico e sempre instabile, incentrato sull’osservazione voyeuristica dell’esistere e del coesistere. Tutti i vizi borghesi si sono saldati con i gusti proletari dell’hinterland, e i salotti trasudano di stile Maria De Filippi. La “cultura” è il fiore all’occhiello di arrampicatori mediocri e di tangentisti di briciole.
Il grande stomaco di questa troppumanità contemporanea trita e digerisce ogni verbo, ogni affermazione, ogni autore per riplasmarlo defecato, in una sorta di tardivo artefatto pop.
Il cloroformio intellettual/politico esce dalle righe di ogni rivista, di ogni emissione di destra e di sinistra. Facendosi scudo di qualche ex (TP, Nar, BR, ecc) mai sopravvissuto a se stesso e presente solo allo stato di larva, le testate e i salotti postpoliticamente corretti ci ripropinano tutto, avendogli tolto accuratamente  il significato intimo. Da Junger  a Mishima, da Cristo al Che, da Gramsci a Coderanu. Fortunatamente a questa ri-svalutazione sistematica rimane assente Evola. Qua e là ci si prova ad appropriare di qualcosa in modo tendenzioso e capzioso (l’Evola reazionario potrebbe giustificare qualche amorucolo con i neocons; l’Evola accusatore dello spiritismo, della massoneria e della sovversione può fornire qualche argomento all’integralismo cristiano; l’Evola tradizionale, romano e virile offre qualche freccia all’anticlericalismo). Tuttavia non si prova neppure a recuperare Evola in sé perché è troppo chiaramente accusatore di ogni scelta di comodo. E che Evola sfugga a quel recupero non può non soddisfarci pienamente.

Evola qual era

Evola lo accantonano un po’ tutti. Non perché rigettino lui, ma perché non vogliono in nessun caso essere messi di fronte a se stessi. E chi parla di Evola ha come implacabile pietra di paragone l’uomo che fu pittore, poeta, filosofo, alpinista, volontario in guerra, preparatore di SS, presente nel pugno scelto che accolse Mussolini subito dopo la liberazione dalla prigionia sul Gran Sasso, operativo oltre le linee, invalido di guerra ma subito aderente ai Far, animatore del radicalismo postbellico e osservatore intransigente della società contemporanea e della postciviltà dei consumati.
Questo Evola, che nulla ha a che vedere con le immaginifiche raffigurazioni moralistiche e puritane che ogni tanto affiorano nelle ricostruzioni dei suoi falsi conoscitori, quest’uomo che dell’ “agire senza agire” aveva una visione tutt’altro che immobile o contemplativa, ci fornisce, SEMPRE, la lente attraverso al quale vedere se siamo o se più semplicemente ci atteggiamo, appariamo. E, insieme, la chiave per intendere il significato intimo e supremo di ogni gesto. “Il vero Evola  è quello che sparisce per mesi tra le nevi ghiacciate per scrivere un libro, che alterna le belle donne (e furono molte) con quelle ascensioni alpinistiche che gli servono a mantenere in allenamento lo spirito (…) È quello che distribuisce il tempo libero tra i tabarins di Vienna e i chiostri alpini dei Cistercensi, alla cui dura disciplina si sottomette per mesi, il viaggiatore in visita alla Casa Verde e alla Ordensburg Crössinsee tra i laghi della Pomerania. È un uomo che non può sacrificare l’esperienza alla pubblicità, la ricerca interiore al successo”. nota 2
L’Evola principale non è il teorico politico (che lo fu su richiesta e mai davvero convinto) bensì colui che ha la percezione e la cognizione del sacro e del significato profondo. È l’alter ego che suscita in noi il nostro proprio giudice implacabile. Nulla di strano, dunque, se non ha trovato cittadinanza presso coloro che si sono assolti, comunque, preventivamente, di tutto, e che non danno conto agli altri e, cosa assai più grave, a se stessi, dei loro tradimenti, dei loro cedimenti, delle loro mistificazioni, delle loro impudicizie, della loro invereconda “virtù che rimpicciolisce”, per dirla con il Federico. Nota 3

Dei critici ben poco profondi

Sbagliano, dunque, i pochi critici in buona fede (quelli, cioè, che non stigmatizzano Evola solo per schiacciare così il loro grillo parlante) quando portano la discussione sul piano della produttività politica. Le affermazioni evoliane non vanno mai lette in quella chiave, essendo, il Barone, tutto meno che un teorico dell’impegno o un cervello strategico.
Critiche son dunque lecite alle opinioni evoliane (proprio per quel che riguarda la politica è pertinente definirle così, laddove in tutto quel che concerne la visione, la percezione, la critica, del mondo e dell’uomo, si deve utilizzare il termine Idee). Tuttavia coloro che contestano le affermazioni che paiono eccessivamente reazionarie dell’Evola del dopoguerra si dimenticano sia di contestualizzare che di paragonare quel che si evince da “Gli uomini e le rovine” con quanto affermato durante e prima della guerra: enunciati che sempre all’Evola appartengono. Insomma non considerano, costoro, che Evola era passato da un’esperienza che lo aveva visto frequentare il meglio dell’alba europea (da Mussolini a Codreanu), dell’intelligenza erudita e vitale (da Preziosi a Guénon), dello spirito guerriero europeo, dell’élite aristocratica e rivoluzionaria (contribuì addirittura alla formazione delle SS) ad un momento nel quale dei giovanotti volenterosi ma superficiali e autodidatti, circondati e spesso comandati da cialtroni, galleggiavano in una pozzanghera senza orizzonti. E che, in tal contesto, il puro e semplice non affogare nella melma assumeva un signor significato. Eppure in quel libro nel quale Evola offre, pietosamente, un’opportunità nel nichilismo a chi non sappia assumerlo attivamente (cui è invece dedicato “Cavalcare la tigre”), in quel libro che, filosoficamente parlando, è comunque immenso, l’Autore ci fornisce sviluppi che reazionari non sono e che Adriano Romualdi seppe rimarcare: “Gli uomini e le rovine si chiude con un capitolo sull’Europa (…) la stessa formazione di un’ élite, s’intreccia strettamente con la possibilità di formare un’Europa unita (…)
Si tratta, in primo luogo, di staccarsi dal piccolo nazionalismo, di riconoscere che la patria, la nazione sono, in fondo, associazioni meramente ‘naturalistiche, ‘materne’.
Si tratta, in secondo luogo, di concepire un simbolo politico sopranazionale avente carattere virile, ‘paterno’, di elevarsi fino a una prospettiva imperiale europea”. Nota 4
Sicché ci avvediamo che, proprio nella sua opera più controversa e “incapacitante”, Evola era, allora, all’avanguardia rispetto ad oggi.

Lotta e Vittoria

Sulle opinioni politiche di Evola è lecito discutere, senza con ciò dar eccessiva  prova di stoltezza o di presunzione. Personalmente non ne condividiamo, ad esempio, la critica feroce alla vocazione sociale delle rivoluzioni degli anni Trenta. Perché, almeno così riteniamo, il Barone pretendeva di applicare a tutti quella definitiva liberazione dal bisogno che è propria ad un’élite. La quale deve, in effetti, rinunciare alla brama, alla “demonia dell’economia”, ma soltanto per un processo di crescita interiore che non può essere imposto agli altri. Inoltre, consideriamo la giustizia sociale come qualcosa di fondamentale nel consesso politico, per difendere la quale ci si deve impegnare anche solo per quello “spirito della cavalleria” che Evola, giustamente, innalza e mette in avanti.
Infine, riteniamo la socializzazione l’unica forma economica in linea con la natura guerriera.
Avremmo alcune osservazioni da muovere anche alla dottrina storica di Evola che già troviamo in parte espresse da Adriano Romualdi  “la logica di Evola spazia per grandi prospettive e si serve di simboli, è la logica del mito, quale lo ha definito Bachofen, e cioè ‘lo specchio di esperienze profonde dell’uomo alla luce dello spirito’. Questo procedimento rischia di divenire astratto se applicato rigidamente a casi particolari” Nota 5
Casi particolari che Romualdi identifica nel Risorgimento e in Napoleone.
Noi, però, andremmo oltre, fino ad avanzare l’opinione che Evola, quando tratta del senso metafisico della storia, dovrebbe in qualche modo astrarlo dal suo divenire, risiedendo, molto probabilmente, il metafisico in luogo atemporale. Un luogo che può essere percepito o intuito ma mai razionalmente espresso in modo compiuto. Né sarebbe possibile altrimenti, l’intimo e il supremo parlandoci per simboli ed analogie. La lettura diacronica, che è propria della vulgata tradizionale e che, secondo l’intento che l’ha prodotta, dovrebbe farci comprendere il senso nascosto della storia, a nostro avviso rasenta l’essenziale ma ne esprime pur sempre una visione approssimata e, per ciò, ingannevole, inducendo ad un errore di prospettiva che, in molti casi, diviene anche esistenziale e politica.
La storia come discesa continua e inarrestabile non solo è opinabile (essendo la linea diritta costellata di cicli e dunque, di possibili risalite) ma presta il fianco al determinismo nientificante.
La prospettiva essendo esistenziale e non fenomenologia, ai più sfugge il nocciolo della questione che non è definire la speranza di successo o la durata di un’opera politica ma la risalita – interiore – verso le fonti del mito, tramite il mito.
La metafisica della storia, come ogni metafisica, è innanzitutto e, in una certa ottica, esclusivamente, applicabile a se stessi.
Per questa ragione, quando ci occupavamo di formazione di giovanissimi, sempre accantonammo “Orientamenti” nota 6 approfondendo in sua  vece “La dottrina aria di Lotta e Vittoria”. Nota 7

Razza dello spirito e anima dell’America

Con tutte le riserve del caso, l’Evola politico offre in ogni modo, a chi non sia irrimediabilmente ottuso, delle prospettive realistiche, sia individuali che progettuali che, immancabilmente, però, i lettori mai han saputo mettere in pratica, ma che ritroviamo a piene mani nello stesso “Gli uomini e le rovine”. E ci fornisce la lettura valoriale ed essenziale di ogni atto ordinato ad uno scopo non solo contingente.
A ben vedere, al di là da quelle “sistematizzazioni” che rimarcava Adriano Romualdi, e alle quali noi stessi abbiamo addirittura esteso la critica, Evola definisce sempre il senso delle cose, delle scelte, degli atti, delle battaglie. E spaccia un antidoto alle derive reazionarie. Basti pensare alla sua diatriba con gli ideologi del nazionalsocialismo a proposito di razza dello spirito e di razza biologica. Mentre Almirante contro di lui difendeva “la razza dei muscoli”, Evola seppe rimettere al loro posto una serie di grossolane approssimazioni (tra le quali le interpretazioni della legge di Mendel sull’ereditarietà), fino a sostenere: “Quando un essere umano deve alle forze dell’istinto, del sangue e dell’eredità tutto ciò che dà forma e sostegno alla sua vita, egli appartiene ancora alla ‘natura’. Su tale base, potrà anche sviluppare delle facoltà superiori, ma tali facoltà saranno sempre una espressione della natura, non un possesso della personalità (…) Ci troviamo dinanzi ad una legge immateriale, ad uno ‘stile’, che, se prende come materia prima la ‘natura’, ad essa non si lascia però ridurre e testimonia della presenza e dell’azione formatrice di quell’elemento d’ordine super-biologico, solo in funzione del quale ha senso parlare di personalità”.nota 8
Ed ancora: “I ricordi di quella sede, conservati nelle tradizioni di tutti i popoli nella forma di miti varii, ove essa appare sempre come una ‘terra del sole’, come un continente insulare dello splendore, come la terra sacra del Dio della luce, e così via, sono già, nel riguardo, abbastanza eloquenti. Ora, nel punto in cui si iniziarono le emigrazioni iperboree preistoriche, la razza iperborea poteva considerarsi, fra tutte, quella superiore, la superrazza, la razza olimpica riflettente nella sua estrema purità la razza stessa dello spirito”. Nota 9
In altre parole Evola fa della dottrina della differenziazione non un privilegio acquisito per color di pelle o per sviluppo sociale, bensì un impegno ad un’azione spietata su di sé al fine di pervenire al sacro che si considera origine dell’uomo.
Vi è, in ciò, un’incolmabile distanza dal neodestrismo conservatore e becero, in quanto la differenza è presa come un compito da eseguire, un impegno da assumere, un dovere da compiere, e non come l’acquisizione del diritto innato di supremazia sociale. Così come, a distanziare Evola dal neorazzismo di matrice wasp, in tempi addirittura sorprendenti, vi è la totale condanna dell’americanismo e la presa d’atto della sua equivalenza con il comunismo: “una delle ragioni dell’interesse nutrito dall’ideologia bolscevica per l’America deriva dal fatto che essa aveva visto quanto bene nel tipo di civiltà di quest’ultima il tecnicismo corrisponda all’ideale della spersonalizzazione. Lo standard morale corrisponde a quello pratico dell’americano. Il comfort alla portata di tutti e la superproduzione nella civiltà dei consumi che caratterizzano l’America sono state pagate col prezzo di milioni di uomini ridotti all’automatismo nel lavoro, formati secondo una specializzazione ad oltranza che restringe il campo mentale ed ottunde ogni sensibilità.” Nota 10
Evola, dunque, fustigò non poco i teorici della superiorità occidentale a buon mercato.

L’esperienza del sacro

Essenziale, in Evola, è quanto sottende al sacro ed alla sua esperienza. Chi legga “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo” non può non notare che l’Autore, della metafisica, non ha una teoria, una concezione, un’ipotesi, bensì una percezione che tradisce inequivocabilmente l’esperienza. Nota 11
E ci fornisce altresì ammonimenti sostanziali: “nessuno come Evola si è nettamente distanziato da ogni pathos teosofico e spiritualista (…) Evola mostra come lo spiritualismo altro non sia che il rifugio d’anime deboli, d’intelligenze mediocri, di personalità fragili e fantastiche” Nota 12
D’altronde l’esperienza metafisica è il tema portante di Evola, come giustamente rimarcò Adriano Romualdi: “In realtà egli aveva sempre considerato l’ ‘arte modernissima’ non una esibizione ma una esperienza, una discesa nel profondo dell’Io, il viaggio infernale nel paese dell’elementare. (…) Evola farà della sua disciplina nichilista la base per l’affermazione di valori positivi” Nota 13
“L’impulso a dare una forma filosofica alla propria intuizione del mondo sorge in Evola dalla propria natura eminentemente logica, capace persino di un’ebbrezza della lucidità, che però non scade mai ad intellettualismo, ma tende a farsi volontà olimpica di formazione di sé” Nota 14
“Spazio, tempo, causalità, le leggi di natura non ci appaiono più che come contingenze tra le altre contingenze. Evola, sfidando lo scandalo della filosofia ufficiale, non teme di riferirsi ai risultati della più avanzata analisi positiva in materia di soprasensibile” Nota 15

L’ascesi guerriera

Notoriamente, in polemica col Guénon, Evola affermò la superiorità gerarchica della figura guerriera su quella sacerdotale e, dunque, dell’esperienza attiva sulla contemplazione.
Un po’ come il Parsifal che a differenza degli altri cavalieri sopravvive alla Cerca del Graal perché si pone la domanda: “per farne che cosa di esso e di me ?”, così Evola esprime innanzitutto l’assunzione della sfida esistenziale in un’epoca di aridità e desertificazione. Un’epoca nella quale si giunge al cielo facendo violenza alle sue porte, come Eracle, l’eroe, che riscatta Prometeo, il titano.
Ed è ne “La conoscenza ermetica” che ci rivela il senso intimo e profondo dell’alchimia, di questa ascesi guerriera che coinvolge anche l’esperienza cristica e la Croce. Un’alchimia interiore che impone diversi passaggi di stato successivi. “La nigredo, ossia l’uccisione della normale individualità, l’albedo, l’apertura estatica, lunare, verso la luce che piove dall’alto; e infine la rubedo, la trasfigurazione in puro fuoco, pura forza attiva, sono i tre momenti con cui si ritrova l’ ‘oro’ delle origini” Nota 16

Il nichilismo attivo

Essenziale, autorevole e chirurgico l’Evola del libro più controverso e probabilmente mal interpretato, “Cavalcare la tigre” Nota 17
Per molti dei lettori superficiali, che si annoverino arbitrariamente nel novero che l’Autore definisce dei “differenziati” o che si schierino tra i paladini del conformismo morale, si tratterebbe di un manuale spregiudicato e pericoloso. Vi è perfino chi è giunto ad attribuirgli le responsabilità ideologiche della costituzione dei Nar. Nota 18
In realtà in questo libro per il quale Evola scelse come titolo un detto estremo-orientale che, guarda caso, era stato citato da Adolf Hitler nell’agosto del ’44, all’indomani delle esecuzioni conseguenti l’attentato subito alla tana del lupo, l’ Autore esprime quale stato d’animo e quali prospettive siano alla portata di chi agisce senza sentire il bisogno di sperare ma, cionondimeno, puntando scrupolosamente all’esito vittorioso. Nota 19
E lasciamo che a parlarcene sia lo stesso Evola.
“(…) i processi distruttivi in moto, dall’umanità ultima vengono semplicemente subiti. (…) Per contro, vi è anche da considerare quella diversa, assai più ristretta categoria  di uomini moderni che, invece di subire i processi nichilistici, cercano di assumerli positivamente (…) Si delinea l’idea di una prova, e di distruzioni che sono soltanto la conseguenza di non essere stati all’altezza di essa.” Nota 20
“Dopo che ogni sovrastruttura è stata respinta o distrutta, e che per sola base si ha il proprio essere, il senso ultimo dell’esistere nel vivere, può scaturire unicamente da una relazione diretta e assoluta fra questo essere (fra ciò che si è determinatamente) e la trascendenza (della trascendenza in sé). Nota 21
Insomma quello che conta è “Essere interi nel frammento, diritti nel curvo” Nota 22

Anonimia. La trascendenza come esperienza.

Lo si è, ci si comprova d’esserlo - interi nel frammento e diritti nel curvo - attraverso un’affermazione assolutamente anonima, che sia si personale ma in senso esclusivamente superiore e giammai individualistico.
“Nella misura in cui la ‘difesa della personalità’ abbia una qualsiasi base individualistica, essa appare insignificante e assurda. Non ha senso prender posizione contro il mondo delle masse e della quantità, e non rendersi conto che proprio l’individualismo ha condotto ad esso” Nota 23
“la ‘persona’ è ciò che l’uomo rappresenta concretamente e sensibilmente nel mondo, nella situazione da lui assunta, ma sempre nel significato di forma di espressione e di manifestazione di un principio sovraordinato nel quale va riconosciuto il vero centro dell’essere e nel quale cade, o dovrebbe cadere, l’accento del Sé” Nota 24
“Come l’individuo, così la stessa persona è in un certo senso chiusa di fronte al mondo esterno, e in rapporto ad esso possono valere tutte le istanze esistenziali di cui abbiamo già riconosciuto la legittimità nell’epoca attuale. A differenza dell’individuo, la persona però, non è chiusa verso l’alto.
L’essere personale non è se stesso ma ha se stesso (rapporto fra l’attore e la sua parte): è presenza a ciò che è, non coalescenza con ciò che è” Nota 25
“Esiste davvero una grandezza della personalità là dove è visibile l’opera più che l’autore, l’oggettivo più che il soggettivo” Nota 26
Evola, insomma, ci addita la stella polare:
“Non si tratta di andare al di sotto, ma al di sopra della personalità, verso ciò che è ‘tipico’, eterno.” “Chi sia riuscito ad attivare in sé questa diversa corrente del vivere comprenderà la trascendenza non come un dogma ma come un’esperienza” nota 27

Uomini oltre le rovine

Evola, in altre parole, ci fornisce la chiave di lettura di quanto di profondo, di verticale, di trascendente, sussiste in una battaglia esistenziale prima che di ogni altro genere; ci consente di cogliere quel che eleva e significa il nostro impegno che, altrimenti, ristagnerebbe nel contingente, nel relativo, nell’orizzontale, nel caduco, nell’effimero.
Anche se in pochi son riusciti a districarsi dal conformismo intellettuale ed esistenziale comune ai suoi critici, ai suoi emuli, ai suoi detrattori e a coloro che lo hanno assunto ciecamente per poi rinnegarlo, quei pochi han lasciato solchi profondi. Innanzitutto in se stessi  e poi nel loro tracciato tangibile. Tralasciando quelli comunque ancora vivi e attivi, basti citare Clemente Graziani, Leucio Miele, Walter Spedicato. Uomini, questi, d’insegnamento completo, di affermazione esistenziale, di testimonianza tradizionale ma, anche, artefici rivoluzionari immuni da ogni torcicollo.
Quanto di più valido ed anche di più innovativo sia stato prodotto da coloro che un dì stagnarono in quella pozzanghera della quale, con una caparbietà da Kipling, aveva preso ad occuparsi colui che aveva interloquito e agito con il fior fiore dell’Europa più bella, di Evola porta così, in ogni caso, il marchio d’origine. Con buona pace dei suoi detrattori banali, degli incapaci di mito. Incapaci, cioè, di assumerlo il mito, di formarsi nel mito, di essere quel mito e divenire funzione. Ma certi occhi, certe orecchie, certe labbra, certe epidermidi non son fatte per vedere, intendere, pronunciare, sentire, tutto ciò, e i loro portatori oscillano, miseramente, tra la mediocrità e la mitomania, triste e vacuo destino obbligato dell’io narciso.

Trent’anni dopo

Trent’anni sono passati da quel dì di marte, 11 giugno, nel quale Julius Evola esalò, in Roma, l’ultimo respiro, prima che le sue ceneri venissero affidate al Monte Rosa.
Il tempo ha reso giustizia: decine e decine di statue di cera, che si fingevano fisse ma erano soltanto inerti, si sono sciolte, svanendo, così come doveva essere. Non va più infatti di moda – neppur nello spicchio di nicchia dei “maledetti” – il dirsi “evoliani”: i manichini hanno trovato altre finzioni da recitare, altri modi per vivere di atteggiamento. La commedia ha invertito copione. Non c’è più da giustificare il digiuno coatto con un’ascesi voluta, perché oggi è concesso mangiare anche costì, eccome. Né l’”apolitia” va chiamata in causa per nobilitare il ripiego tra mura sicure, ché le pallottole non fischiano più. Né i propri fallimenti sociali, esistenziali, sessuali, umani, l’incomunicabilità, abbisognano più di cotanto alibi: integralismi di varia natura li incoraggiano più morbidamente e in modo assai rassicurante.
Non vi sono dunque più ragioni sospette per ricorrere ad Evola per far credere fittiziamente di avere spinto in vetta il proprio imperante spirito di gravità. E si è così ridotto di gran lunga il numero di coloro che ne commemorano la vita e l’opera.
Ed anche questo è significativo, lusinghiero, rassicurante e vieppiù motivante.
Come aveva linearmente sancito Adriano Romualdi. “I più si identificano con una certa posizione raggiunta, altri vogliono essere più che sembrare qualcosa, e cercano se stessi oltre le loro opere. Evola appartiene a questi ultimi” nota 28


nota 1 “Rivolta contro il Mondo Moderno”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1969, pag.7. La prima edizione è del 1934.
nota 2 Adriano Romualdi, “Su Evola”, Ed. Fondazione Julius Evola, Roma 1998, pag. 81 La prima edizione è del 1968.
nota 3 Friederich Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”, ed. Mursia, Milano, 1965
nota 4 Adriano Romualdi, “Su Evola”, op. cit., pag. 97
nota 5  Ibidem., pag. 70
nota 6 “Orientamenti” è l’introduzione all’opera di Evola, edita da Imperium nel 1950, è stata ristampata dalle edizioni di Ar, Padova 2000
nota 7 “La dottrina aria di Lotta e Vittoria” è il testo di una conferenza tenuta in tedesco da Julius Evola nella sezione di Scienza della Civiltà del Kaiser Wilhelm Institut, a Palazzo Zuccai in Roma, il 7-12-1940, stampato più volte dalle edizioni di Ar, Padova, prima edizione 1970.
nota 8 “Sintesi di dottrina della razza”, edizioni di Ar, Padova 1978, pag. 42
nota 9  Ibidem, pag. 50
nota 10 “Rivolta contro il Mondo Moderno”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1969, cap. “Il ciclo si chiude”, pag.429.
nota 11 “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1971. La prima edizione è del 1932.
nota 12 Adriano Romualdi, “Su Evola”, op. cit., pag. 55
nota 13 Ibidem, pag. 35
nota 14 Ibidem, pag. 36
nota 15 Ibidem, pag. 41
nota 16 Ibidem, pag. 54
nota 17 “Cavalcare la tigre” fu concepito insieme a “Gli uomini e le rovine” nel 1953 ma venne dato alle stampe solo nel 1961; edizioni Il falco, Milano.
nota 18 Il sociologo Ferraresi all’Università della Sorbona, ottobre 1986, in occasione del simposio su Evola organizzato dalla Cattedra di Politica Hermetica.
nota 19  David Irving, “La guerra di Hitler”, edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2001, pag. 839 :“Chi cavalca la tigre scoprirà che non può smontare”.
nota 20 “Cavalcare la tigre”, edizioni Il Falco, Milano 1981, pag. 38
nota 21  Ibidem, pag. 64
nota 22  Ibidem, pag. 70
nota 23  Ibidem, pag. 106
nota 24  Ibidem, pag. 108
nota 25  Ibidem, pag. 109
nota 26 Ibidem, pag.  110
nota  27 Adriano Romualdi, “Su Evola”, op. cit., pag. 102
nota 28 Ibidem, pag.    45